UFO

La Montagna della Morte

La tragica fine a Passo Dyatlov, nel 1959, di alcuni escursionisti resta avvolta nel mistero. Tuttavia, fra le ipotesi avanzate per trovare una spiegazione, alcuni elementi portano a pensare a un coinvolgimento ufologico.

Tuttavia, fra le ipotesi avanzate per trovare una spiegazione, alcuni elementi portano a pensare a un coinvolgimento ufologico. Il 25 gennaio 1959, dieci sciatori partirono dalla cittadina di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per un’escursione sulle cime più a nord, diretti alla montagna Otorten. Per il gruppo, capitanato dall’esperto escursionista ventitreenne Igor Dyatlov, quella “gita” doveva essere un severo allenamento per le future spedizioni nelle regioni artiche. Igor Dyatlov, Zinaida Kolmogorova, Lyudmila Dubinina, Alexander Kolevatov, Rustem Slobodin, Georgyi Krivonischenko, Yuri Doroshenko, Nicolas Thibeaux-Brignollel, Alexander Zolotarev, i membri della spedizione, erano tutti alpinisti e sciatori esperti.

Dyatlov678 May. 21

Il fatto che in quella stagione il percorso scelto non fosse propriamente una passeggiata di certo non li spaventava e nessuno di loro poteva immaginare a quale tragico destino andassero incontro, raggiungendo quel luogo che, dopo questo strano avvenimento, sarà da tutti indicato come “Passo Dyatlov”. Quello che siamo riusciti a ricostruire di questa vicenda lo sappiamo grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovate successivamente, che ci raccontano la spedizione fino al giorno fatidico e ci mostrano le ultime foto del gruppo allegro e spensierato. Questi ragazzi, anche se giovani, erano temprati nello sport e nella mente.

Quasi tutti scienziati e ingegneri, praticavano sci di fondo e arrampicate ed erano soliti cimentarsi in escursioni invernali, facendo rilievi e studi, anche perché aumentava il loro punteggio universitario. Il più esperto era proprio Igor Dyatlov, il capo-spedizione, ma c’era anche Alexander Zolotarev, una guida professionista e istruttore di sci. Il percorso che intrapresero era impegnativo, ma non particolarmente pericoloso ed erano tutti in buone condizioni fisiche, tranne Yuri Yudin, che starà male e tornerà indietro. È il primo febbraio del 1959 quando i nove ragazzi si accampano nel punto in cui troveranno la morte.

spedizione

Il loro ultimo alloggiamento è alle pendici del Kholat-Syakhl, luogo non molto esposto a valanghe e vicino alla meta prefissata. Nelle ore che precedono la tragedia scattano foto, scrivono sui loro diari, insomma è tutto normale, non vi è alcuna evidente anomalia, ad eccezione del fatto che alcuni di loro si spogliano prima di dormire; in quella zona e in quei giorni le temperature raggiungono i -30° e quella sera, in particolare, ci si aggira sui -18°. Un particolare insolito, questo, ma nulla di eccessivo, diciamo una cosa “bizzarra”. I fatti Con l’arrivo del buio e il silenzio della notte è quasi impossibile comprendere come si svolse la tragedia, ma tentiamo comunque una ricostruzione plausibile. A notte fonda succede “qualcosa”: un evento o una presenza talmente imprevista e spaventosa da terrorizzare i nove escursionisti tanto da indurli alla fuga, tagliando la tenda dall’interno! Alcuni di loro si riparano vicino a un albero a 1500 metri dalla tenda, probabilmente ci si arrampicano (per scappare? Per controllare da lontano il campo che hanno appena abbandonato?). Alcuni sono seminudi e capiscono che non c’è scampo, se non ritornano subito al campo moriranno assiderati! E infatti così sarà: li ritroveranno congelati lungo il percorso di rientro. Un secondo gruppo, sceso più a valle e riparatosi in una sorta di canalone, riesce a resistere un po’ di più, ma a un certo punto succede “qualcos’altro” che causa loro ferite molto gravi che costeranno la vita. Cos’hanno incontrato gli alpinisti? Cosa li ha terrorizzati tanto? È un mistero talmente inquietante da far esclamare a Yudin (il decimo escursionista, salvatosi proprio perché le sue condizioni di salute gli impedirono di aggregarsi alla spedizione) che «se avesse la possibilità di chiederlo a Dio, vorrebbe solo sapere ‘che cosa è successo ai suoi amici quella notte?’». Dopo qualche giorno di attesa (con questo tipo di spedizioni estreme un periodo di tolleranza nel rientro viene di norma rispettato), i familiari allertano le autorità, e la polizia e l’esercito incominciano le ricerche di soccorso.

Dyatlov682 May. 21

Il 26 febbraio, un aereo localizza il campo e i soccorritori constatano immediatamente la gravità della situazione: la tenda è stata tagliata dall’interno e le orme circostanti fanno supporre che i nove siano fuggiti per salvarsi da qualcosa che stava già nella tenda insieme a loro, qualcosa di talmente pericoloso da non avere nemmeno il tempo di sciogliere i nodi e uscire dall’ingresso! A circa un chilometro di distanza, sotto un vecchio pino al limitare di un bosco, si rinvengono i primi due corpi, ma c’è un fatto sconcertante: i due cadaveri sono scalzi, indossano soltanto la biancheria intima. Cosa li ha spinti ad allontanarsi seminudi nella tormenta, a una temperatura di -30°C? I rimasugli di un fuoco indicano che hanno tentato di riscaldarsi e sul vecchio pino qualcuno ci si è anche arrampicato: i suoi rami sono stati spezzati fino a un’altezza di quattro metri e mezzo e brandelli di carne vengono trovati nella corteccia. A diverse distanze, fra il campo e il pino, si rinvengono altri tre corpi: le loro posizioni indicano che stavano tentando di ritornare al campo, ma che non ce l’hanno fatta per il freddo o per qualcosa che glielo ha impedito. Uno stringe ancora in mano un ramo e con l’altro braccio sembra proteggersi il capo… Morti anomale e inspigabili. Lo sconcerto aumenta e il mistero s’infittisce quando, due mesi dopo, si trovano gli ultimi quattro corpi sepolti nel ghiaccio all’interno del bosco. Questi nuovi cadaveri, a differenza dei primi cinque, sono completamente vestiti.

Dyatlov680 May. 21

l’esperto escursionista ventitreenne Igor Dyatlov

Uno ha il cranio sfondato e altri due mostrano gravi ferite al torace. Secondo il medico che effettuò le autopsie, la forza necessaria per ridurre così i corpi doveva essere stata eccezionale: la cosa bizzarra è che le salme non presentano ferite esteriori, né ematomi o segni evidenti; neppure si capisce che cosa abbia loro sfondato le costole verso l’interno. Una delle ragazze ha la testa rovesciata all’indietro e la sua lingua è stata strappata alla radice (non sì può stabilire però se la ferita sia stata causata post-mortem oppure mentre la povera donna era ancora in vita). Alcuni degli alpinisti hanno addosso vestiti scambiati o rubati ai loro compagni; come se per coprirsi dal freddo avessero spogliato i morti e, particolare non da poco, alcuni degli indumenti trovati addosso ai cadaveri emettono radiazioni sopra la media. Il rapporto ufficiale vorrà i nove giovani morti per ipotermia: si parla di “decesso provocato da forza sconosciuta e irresistibile”. Per giungere a questa conclusione saranno molte le contraddizioni e le diatribe peritali, tant’è che il capo investigatore si rifiuterà di firmare il rapporto e si dimetterà. A partire dagli indizi ritrovati durante il recupero e nei sopralluoghi successivi vengono ricostruite le azioni dei protagonisti con una certa coerenza e credibilità: verosimilmente stavano dormendo nei loro sacchi a pelo (l’autopsia avrebbe rivelato dall’esame dello stomaco che sono morti circa sei ore dopo aver mangiato).

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L’interrogativo fondamentale è: cosa ha fatto precipitare fuori gli escursionisti? Che cosa li ha terrorizzati al punto da fuggire il più lontano possibile, seminudi e senza attrezzatura? Un orrore così estremo da preferire la morte certa in poche ore? Ma ci sono altri piccoli misteri assolutamente inspiegabili che ruotano intorno a questa drammatica vicenda; ad esempio: autorità locali che per molto tempo impediscono a chiunque di avvicinarsi alla zona; la radioattività, alta su alcuni corpi (dieci volte il normale) ma non su tutti, e uno solo di loro, Krivonišchenko, poteva averla addosso per motivi di lavoro; la lingua mancante a una delle donne, le tribù indigene dei Mansi, le macchine fotografiche (ne hanno trovate tre, ma erano quattro) quindi una è sparita insieme a un diario. Inoltre, cosa hanno cercato di guardare Jurii Krivonischenko e Jurij Doroshenko arrampicandosi su un albero, a 1500 metri di distanza? Ipotesi naturale Proviamo ad addentrarci nelle possibili cause ipotizzate per spiegare l’episodio. La più ricorrente è quella secondo cui gli escursionisti si siano spaventati in seguito a una valanga, precipitata a poca distanza dalla loro tenda. Un allarme improvviso nato da un forte rombo, dall’eventuale passaggio di un aereo o da vibrazioni provenienti dalla montagna, o forse da una paranoia di uno dei membri della spedizione, tale comunque da indurre tutti a correre fuori dalla tenda. Per un po’ sono rimasti insieme, ma la loro situazione peggiora e il vento li sta letteralmente uccidendo; allora forse Slobodin si arrampica su un albero per vedere se riesce a scorgere la tenda, ma scivola e si frattura il cranio in modo lieve. A quel punto, il capo gruppo pensa di tornare indietro alla tenda insieme ad altri due compagni, Dyatlov, Kolmogorova, però per la stanchezza e per il vento non hanno scampo e muoiono uno a uno di ipotermia.

Sotto l’albero dove si erano rifugiati gli altri, anche Krivonischenko e Doroshenko (i meno vestiti) muoiono di ipotermia. Dubinina prende quindi i vestiti di Krivonischenko per coprirsi e decide di cercare un rifugio naturale nella foresta con gli altri sopravvissuti. Poco distante c’è un canalone, profondo quindici metri e nascosto dalla neve, e ci cadono dentro: Dubinina e Thibeaux-Brignollel muoiono per la caduta. Alexander Kolevatov si ferisce gravemente, perciò Zolotarev, che non si è fatto nulla, cerca di coprirlo con i vestiti di Dubinina, ma il freddo li uccide entrambi. Non c’è che dire, è una spiegazione molto razionale, peccato che non stia in piedi, dato che non tiene conto che tutti i ragazzi erano esperti alpinisti e che non era facile che si lasciassero prendere dal panico solo per un forte rumore! Inoltre non spiega perché, una volta superato l’allarme valanga, i nove, dopo essersi precipitati più a valle verso un bosco e con addosso pochissimi vestiti, non abbiano tentato tutt’insieme di ritornare alla tenda per ripararsi dal freddo intenso. Infatti, dal bivacco improvvisato sotto il grande pino, soltanto in tre tentano un ritorno al campo, morendo l’uno dopo l’altro lungo il percorso. Che cosa può averli tenuti così a distanza, pur consapevoli di rischiare la morte per assideramento? Come mai sono scappati senza rendersi conto dell’errore per tutto quel tempo? Percorrere un chilometro e mezzo nella neve, senza racchette o sci, a venti gradi sottozero, seminudi e senza vedere nulla, richiede almeno una ventina di minuti (forse addirittura una quarantina) e uno sforzo sovrumano. Mai un ripensamento da parte di escursionisti esperti, capeggiati da uno come Dyatlov considerato da tutti “ un osso duro”, pur sapendo che allontanarsi così tanto, in quelle condizioni, significava morte certa! Continuiamo a fare considerazioni: una volta arrivati all’albero potevano tornare subito indietro. Invece, hanno aspettato a lungo (tanto che due di loro sono morti) e hanno cercato di accendere un fuoco. Una volta deciso di tornare indietro, solo tre si sono incamminati; gli altri hanno preferito restare lì a morire di freddo. Un comportamento davvero inquietante: vien da pensare che il pericolo fosse così grave che solo tre se la siano sentita di provare. E visto che nessuno dei tre ce l’ha poi fatta a tornare alla tenda, può anche darsi che si siano mossi solo quando hanno capito di essere ormai allo stremo delle forze. Inoltre, nel caso dei morti del gruppo Dyatlov le macchie ipostatiche non corrispondono alla posizione dei corpi così come sono stati poi trovati. Ipotesi “criminale” Questa incongruenza supporta le tesi “criminali”, perché fa pensare che i corpi siano stati spostati dopo la morte. Altra ipotesi interessante è la possibile aggressione da parte di membri della tribù locale dei Mansi, probabilmente a scopo di rapina.

Dyatlov_corpi rinvenuti

Dyatlov, Kolmogorova, affranti dalla stanchezza e per il vento gelido non hanno scampo e muoiono uno a uno di ipotermia.

Si sa che fino al 1945 in quella zona risiedevano i Voguli, che successivamente vennero denominati Mansi, rappresentati per lo più da coloni a cui veniva affidato un terreno o un podere perché vi risiedessero stabilmente. Di fatto rappresentavano un popolo sconosciuto e particolare, uomini per cui si parla di inesauribile forza fisica, energia e agilità e che praticavano riti sciamanici portati sino all’isteria convulsiva; era loro abitudine ferirsi in trance con armi e si racconta di vecchietti con maggiore vigoria di giovincelli.

L’ipotesi però non regge dal punto di vista criminologico, dato che non sono stati rubati gli oggetti di valore e si sono trovate anche le macchine fotografiche. Inoltre, i cadaveri non presentavano ferite da arma bianca o da altra arma conosciuta. Tra l’altro, non ha molto senso da parte delle vittime il tentativo di accendere un fuoco, che avrebbe permesso agli indigeni bellicosi di localizzarli con facilità. Qualcuno propone anche l’ipotesi del sacrilegio, punito mortalmente dai Mansi, ma a mio parere è molto improbabile, poiché il luogo in cui sorgeva la tenda non è considerato sacro, anzi, è un luogo da cui tenersi alla larga e che i Mansi considerano pericoloso e dannoso anche dal punto di vista spirituale. Kholat Syakhl significa “montagna della morte” e se l’hanno chiamata così una ragione ci deve essere! Se davvero i corpi sono stati spostati dopo la morte, c’è chi sostiene che a uccidere i malcapitati potrebbero essere stati alcuni prigionieri fuggiti da qualche gulag della zona, ma a me sembra poco probabile. Gli evasi avrebbero razziato gli sci, le racchette da neve, cibo e generi di conforto, dopo aver fatto scappare e poi ucciso a mazzate i poveri ragazzi? L’equipaggiamento risulta ritrovato, così i cappotti e le pellicce, così gli scarponi, e perfino un paio di sci in più; perché dunque non hanno ripulito le tasche degli escursionisti o rubato anche le macchine fotografiche? Chi presuppone un intervento “umano” violento, sostiene che le ferite inflitte al gruppo fossero state inferte volontariamente da qualcuno ed è evidente che sui quattro corpi ritrovati nel canalone, e soprattutto sulla povera Ludmila, sono di un’efferatezza bestiale. Altre ipotesi Altra possibilità è l’aggressione da parte di animali predatori (orsi o lupi), Bigfoot, Yeti o, nella specifica versione locale, dall’Almasti, una creatura antropoide alta più di tre metri… Improbabile. Non ci sono segni di morsicature o graffi di animali, i vestiti non sono stati lacerati dagli artigli, non è stata riportata dai soccorritori la presenza di orme o pelo inerente.

Inoltre, da cosa cercavano di scappare i due uomini, arrampicandosi sull’albero? Se scappavano da un animale aggressivo, perché i loro corpi sono stati lasciati intatti? Direi che è un’ipotesi da escludere, visto che hanno trovato intorno all’accampamento soltanto le impronte dei ragazzi. Che dire poi dell’eliminazione orchestrata dal KGB o da forze speciali dell’esercito per aver visto qualcosa che non avrebbero dovuto vedere? Molto improbabile. Non si uccidono dei testimoni in questo modo, lasciando una scena da film horror che attira l’attenzione da parte di tutti! Oltretutto d’inverno, all’aperto, col buio pesto della notte e a venti gradi sotto zero. Incredibile, infine, l’assenza di qualsiasi traccia e la presenza delle macchine fotografiche. Più facile una bella buca in cui si buttano cadaveri e tenda, et voilà, tutto sparito. Missili o altre armi a lunga gittata? Stando a ciò che ci è stato riferito, non ne sono state ritrovate tracce e un’esplosione avrebbe dovuto creare slavine e, soprattutto, lasciare molti frammenti in giro. Dunque, hanno fatto esplodere una carica nucleare e hanno vaporizzato completamente il vettore? Assurdo. Tutte le città vicine avrebbero quanto meno sentito o visto.

 Dyatlov690 May. 21

Le numerose e diverse ferite non sono spiegabili con nessun missile e, comunque, difficilmente i missili si testano in montagna e qualunque test è preceduto dall’avviso di accesso vietato per tutto il tratto di territorio necessario. Non ci sono installazioni militari nella zona; se ci fossero state il passaggio sarebbe stato chiuso. L’ipotesi dell’arma testata resta dunque improbabile, ma non da scartare in toto, visto che parliamo dei sovietici in piena Guerra Fredda. Gli stessi che un anno e mezzo dopo, in un luogo sempre sperduto, lanciarono la temibile “bomba Zar”. Concordiamo sul fatto che il rumore di un missile che ti cade a cento metri di distanza può far correre chiunque (anche se mezzo nudo e a -30°), ma perché però non rientrare nella tenda dopo l’impatto, recuperare l’attrezzatura e filarsela? Più suggestiva l’ipotesi degli infrasuoni o di altre armi psicotrope.

Ciò che è accaduto la notte del 2 febbraio del 1959 a Kholat Syakhl sarebbe la conseguenza di un fenomeno naturale chiamato infrasound, unito a un secondo fenomeno detto karman vortex street. In pratica, alcune caratteristiche morfologiche del terreno sul quale i ragazzi avevano posto la tenda, unite ai fortissimi venti provenienti dalle montagne, hanno provocato un fenomeno naturale che causa un rombo sonoro potentissimo e inusuale, a bassissima frequenza, quasi inudibile dall’apparato uditivo, ma che provoca vibrazioni fortissime a livello osseo e degli organi interni, e sensazioni di nausea, vertigine, disorientamento, spavento, fino ad arrivare nei casi estremi a terrore incontrollato. Si tratta di una sensazione a crescita progressiva e veloce, preoccupante e totalmente inaspettata. A questi effetti fisiologici se ne aggiungono altri di carattere pratico, provocati dal karman vortex street, ovvero vortici di vento rumorosissimi e sonori che avvolgono la tenda e la sconvolgono più che le normali raffiche e ciò a causa di una formazione morfologica totalmente simmetrica, che è stata riscontrata nella cima della montagna che sovrastava l’accampamento. In pratica, i ragazzi sono stati investiti all’improvviso da un doppio sistema di forze naturali totalmente imprevedibile, inconsueto, mai sperimentato prima, estremamente preoccupante e violento, e che a causa dell’infrasound li ha colpiti direttamente nelle parti inconsce e legate anche ai movimenti muscolari automatici (tipo la respirazione), portandoli velocemente alla prostrazione e al terrore incontrollato. La causa di questo evento atmosferico è da ritrovarsi precisamente nella scelta del punto sul quale avevano montato la tenda quel pomeriggio, il peggiore che avrebbero potuto scegliere.

Da qui la fuga incontrollata, e poi i tentativi disperati di sopravvivere, e per alcuni (Igor, Zina, Rustik) di ritornare alla tenda quando l’effetto violento era scomparso. La teoria è affascinante e sensata, ma comunque non spiega i tagli alla tenda. Inoltre, se il fenomeno è progressivo, la decisione di fuggire non può essere stata così repentina da impedire di vestirsi o almeno di calzarsi. Più realistica della precedente è l’ipotesi dello stato alterato di coscienza, indotto da allucinogeni o da trance ipnotica. Le estasi sciamaniche possono essere pericolosissime per chi non sia adeguatamente preparato; tra l’altro i sovietici credevano molto nella parapsicologia. Potrebbero magari aver tentato un’assunzione di droghe collettiva per esperimenti di telepatia o telecinesi, mandando un gruppo – con solo alcuni dei componenti consapevoli – a distanze notevoli per un controllo ulteriore. I risultati di un “bad trip” ci stanno tutti, purtroppo, ma che senso avrebbe mandare un gruppo a fare un trip, se poi non c’è nessuno lì a vedere o a relazionare su cosa succede? Dopo l’abbandono della tenda, però, il gruppo non si è comportato come chi è in stato allucinatorio: i ragazzi si dividono i vestiti e le calze, cercano di accendere fuochi, preparano rifugi, ecc. E poi restano da spiegare le lesioni alle vittime nel canalone… Dulcis in fundo, una spiegazione di carattere ufologico.

UFO e sfere di fuoco Sono in molti, anche tra i ricercatori più accreditati, ad avere l’opinione che sui fatti del Passo Dyatlov gli UFO possano averci messo lo zampino. Sappiamo che, per fortuna, non sono frequenti i casi in cui il contatto ravvicinato con attività extraterrestri ha prodotto conseguenze mortali, tuttavia è già successo e probabilmente succederà ancora. I Mansi parlano da sempre di luci nel cielo rosse e arancioni e di strani silenzi in quella zona. A sostegno di questa tesi va detto che, durante l’inchiesta, i Mansi mostrarono al funzionario inquirente disegni di oggetti insoliti che avevano avvistato: erano palle di fuoco e anche qualcosa di oblungo che mandava fiamme dalla coda. La teoria degli alieni sembra suffragata anche dai molti report, presentati a suo tempo, circa presunte sfere volanti luminose, avvistate sull’area tra febbraio e marzo 1959 (con un picco registrato il 17 febbraio) e dalla testimonianza di alcuni militari della spedizione di soccorso, che nel perimetro della tragedia avvistarono una palla di fuoco. L’oggetto, in completo silenzio, volò roteando da un picco di una montagna all’altro. Quando lo raggiunse e lo colpì, ci fu una fiamma intensa e azzurrognola, seguita da un brontolio, come quello di una esplosione. Un altro soldato testimoniò che per i primi giorni si sentivano boati, così frequenti da far dire al comandante di plotone: «noi qui non ci restiamo; di’ a Mosca che fermino questo bombardamento!». L’operatore radio contattò Mosca e riferì il messaggio. Le esplosioni continuarono per un giorno circa, poi più nulla. Il capodanno del 1960, alcuni escursionisti ebbero modo di parlare dell’incidente di Dyatlov con il colonnello Kupriyanov, che aveva operato in quella zona.

Il colonnello disse, in via confidenziale, che l’evento fu classificato “riservato” da esercito e KGB e la zona interdetta per tre anni. Non solo: appena tutte le squadre di ricerca lasciarono il luogo dell’incidente, arrivarono i soldati del suo reggimento. Una notte, uno dei suoi sergenti fece rapporto segnalando che un’enorme palla di fuoco stava rotolando giù dalla montagna e che i soldati si erano rifugiati nella tenda. La scamparono, però tutti subirono un grave shock nervoso. Yuri Yudin, l’unico sopravvissuto della misteriosa mattanza, grazie a un’improvvisa dissenteria, è morto proprio qualche mese fa, il 27 aprile 2013, all’età di 75 anni. Si è sempre detto convinto che i militari sovietici avessero a che fare con lo sconvolgente epilogo della vicenda, mentre il funzionario Ivanov, a capo dell’inchiesta, riferì che lo obbligarono a chiuderla in fretta e a tenere i risultati segreti. Solo dopo trentanni se la sentì di dichiarare che ciò che successe quella notte al Passo Dyatlov fu causato dagli UFO. Qualunque sia la verità, non c’è una causa razionale per spiegare tutti gli eventi accaduti al passo Dyatlov. E preferisco continuare a credere che sia solo “un’inquietante coincidenza” il racconto dei nove giovani Mansi scomparsi sulla montagna a inizio del secolo scorso e dei nove dispersi da un aereo caduto in zona nel 1991!

di Gianpaolo Saccomano

per gentile concessione di Alberto Forgione (X Publishing S.r.l)

Segnidalcielo.it

 

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