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Fukushima, primo bilancio dell’impatto ambientale del disastro

L’11 marzo 2011, il nord-est del Giappone fu colpito da un violentissimo terremoto di magnitudo 8,9 con epicentro sul fondo marino del Pacifico a circa 500 kilometri da Tokyo.
Il terremoto era stato causato da un forte sollevamento di una parte del fondale. Si è spostata di conseguenza tutta la massa d’acqua sovrastante, creando uno tsunami, ossia un maremoto, con onde alte circa 10 metri che sono penetrate fino a 10 kilometri nell’entroterra. Lo tsunami provocato dal sisma di magnitudo 9.0 spazzò la costa del Giappone settentrionale provocando oltre 30.000 vittime. Ma nell’immaginario popolare la fotografia simbolo di quella catastrofe resta il pennacchio di fumo che si alza dai reattori della centrale nucleare di Fukushima-Daiichi.

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Per stimare con buona approssimazione l’impatto ambientale e sulla popolazione della fuoriuscita di isotopi radioattivi dai quattro reattori danneggiati ci vorranno decenni. Ma, come racconta Steven Featherstone a pagina 32, alcuni studi sugli animali stanno già rivelando importanti effetti del fallout radioattivo. In particolare, gli studi condotti sulle rondini da Timothy Mousseau, dell’Università del South Carolina, a Fukushima – e in precedenza a Chernobyl – potrebbero offrire importanti indicazioni sulle conseguenze per la salute dell’esposizione a basse dosi di radiazioni.

Quasi tutto ciò che sappiamo sugli effetti delle radiazioni ionizzanti sulla salute umana deriva infatti da uno studio condotto su decine di migliaia di sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, iniziato nel 1945 e tuttora in corso. Ma questo studio non offre praticamente alcuna indicazione su un’esposizione a basse dosi di radiazioni come quella avvenuta proprio a Fukushima, o a Chernobyl. «La maggior parte degli scienziati -ricorda Featherstone – concorda sul fatto che non c’è una dose di radiazioni che sia certamente innocua, per quanto bassa».

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Non si sa con certezza se basse dosi di radiazioni possano provocare mutazioni genetiche dannose. Né se queste eventuali mutazioni siano ereditabili. Né quali siano i fattori che espongono a maggior rischio specie diverse, o addirittura i singoli individui di una stessa specie. Insomma, non disponiamo proprio delle informazioni che sarebbero più utili per mettere a punto una strategia di prevenzione e radioprotezione. I primi risultati sono arrivati nel 2012, con gli studi effettuati da Joji Otaki sulle popolazioni di farfalle nella zona di esclusione di Fukushima. E non sono confortanti. Non solo le farfalle presentavano malformazioni alle ali, alle zampe e agli occhi. Incrociando le farfalle mutanti con farfalle di laboratorio sane, il tasso di anomalie genetiche aumentava di generazione in generazione. Secondo Mousseau, questo accumulo di mutazioni è il vero pericolo per gli ambienti contaminati dalla radioattività.

il popolo invisibile di Fukushima

Con i suoi colleghi, Mousseau ha studiato dal 1994 le popolazioni di rondini comune dell’area di Chemobyl. E ora sta replicando i suoi studi a Fukushima, dove ha documentato un declino delle popolazioni di uccelli molto più rapido di quello registrato in Ucraina. Sebbene il rapporto del 2014 stilato dall’’agenzia dell’ONU sugli effetti delle radiazioni, non desti particolari preoccupazioni, gli studi di Robert Baker sul DNA delle arvicole di Chemobyl sembrano confermare l’idea di Mousseau sull’accumulo di mutazioni nelle generazioni successive. Per avere un quadro più chiaro sulle conseguenze dell’esposizione a bassi livelli di radiazioni occorrono studi più approfonditi. Perché si possa trarre una lezione utile dai due più gravi incidenti nella storia dell’industria nucleare.

E a proposito delle conseguenze sulle radiazioni delle centrali nucleari, la società che gestisce l’impianto nucleare di Fukushima, appunto la Tepco, ha annunciato che ci vorranno più mesi rispetto alle stime iniziali per bonificare l’acqua radioattiva stoccata all’interno della centrale nucleare.

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Decontaminazione più lunga del previsto

La bonifica della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone, comporterà più tempo rispetto a quanto previsto. A spiegarlo è stata nel corso del fine settimana la Tepco, società che gestisce il sito, che ha spiegato come, in particolare, ci vorranno mesi in più per decontaminare le acque conservate in loco dopo il disastro dell’11 marzo 2011. 
«Ad oggi poco meno della metà della quantità di acqua radioattiva stoccata è stata spurgata, ma il lavoro dovrà proseguire al di là della data limite prevista», ha spiegato l’azienda, secondo quanto riferisce il quotidiano economico francese Les Echos. «Se il ritmo attuale sarà mantenuto, completeremo il lavoro nel mese di maggio».

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La notizia è arrivata proprio pochi giorni dopo che due impiegati sono morti, a poche ore di distanza, mentre lavoravano alla manutenzione delle cisterne che conservano i liquidi radioattivi. Il primo dei due lavoratori è caduto dall’alto   durante un’operazione di controllo effettuata insieme a due colleghi. L’obiettivo era di muovere una copertura di 51 kg di peso. Quest’ultima lo ha squilibrato e  lo ha fatto precipitare all’interno della cisterna stessa, che in quel momento era vuota. Un secondo operaio è morto al quarto piano di un edificio adibito al trattamento di rifiuti, colpito alla testa.

Redazione Segnidalcielo

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